I Limp Bizkit incendiano l’Unipol Arena: un tornado di nostalgia e caos. La band di Fred Durst scatena l’inferno a Bologna con un concerto esplosivo tra classici del nu-metal, cover sorprendenti e un pubblico in delirio
Il tempo sembra essersi fermato all’Unipol Arena quando Fred Durst e soci hanno messo piede sul palco. Con un’energia che ha fatto tremare le fondamenta del palazzetto, i Limp Bizkit hanno regalato ai fan un viaggio adrenalinico tra i successi che hanno definito un’epoca. Il nu-metal, quel genere che negli anni ‘90 e 2000 faceva saltare milioni di adolescenti nelle loro camerette, è tornato in vita in una serata che ha oscillato tra violenza sonora e pura catarsi collettiva.
Il concerto si apre con “Break Stuff” ed è subito un’esplosione di pogo e urla: l’intera arena è una marea di teste che si muovono all’unisono. Il pubblico è già in visibilio quando la band accenna l’intro di “Master of Puppets” dei Metallica, prima di lanciarsi in un’irriverente “Hot Dog”, con i suoi iconici “F**k” ripetuti 46 volte.

La setlist è una corsa frenetica attraverso le pietre miliari della loro discografia:
“Take a Look Around” trasforma l’arena in un gigantesco campo di battaglia sonoro, “My Generation” e “Livin’ It Up” fanno da colonna sonora al delirio collettivo. La band si diverte, provocando il pubblico e scherzando tra un pezzo e l’altro, con Durst che si muove sul palco con la solita nonchalance da frontman consumato.
Il momento più intimo arriva con “Behind Blue Eyes” dei The Who, che spezza per un attimo il ritmo frenetico della serata. Ma è solo una pausa temporanea: subito dopo arriva “Angel of Death” degli Slayer a far ripiombare tutto nel caos, seguita da una “Thieves” dei Ministry suonata con la furia di un bulldozer.
Le sorprese non finiscono qui: una combo di “Heart-Shaped Box” e “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, con uno snippet di “Sweet Child o’ Mine” dei Guns N’ Roses in chiusura, regala un mash-up tanto spiazzante quanto geniale.

La parte finale del set è un trionfo:
“Rollin’ (Air Raid Vehicle)” trasforma il palazzetto in una bolgia impazzita, “Boiler” aggiunge un tocco di malinconia sporca e ruvida, “My Way” fa cantare tutti a squarciagola, mentre “Faith”, cover di George Michael, mostra il lato più scanzonato della band.
Quando la band chiude con “Break Stuff” (per la seconda volta nella serata, quasi a voler sottolineare il senso di distruzione collettiva), non ci sono più dubbi: i Limp Bizkit non sono solo una reliquia del passato, ma una macchina da guerra che, con la giusta dose di nostalgia e autoironia, continua a incendiare i palchi di tutto il mondo.
Alla fine, il pubblico esce esausto ma euforico, con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza unica. Vent’anni dopo il loro boom, i Limp Bizkit dimostrano che il nu-metal non è morto. E che, almeno per una sera, siamo tutti tornati a quel tempo in cui bastava “rompere roba” per sentirsi vivi.

Scaletta
- Break Stuff
- Master of Puppets (solo intro)
- Hot Dog
- Take a Look Around
- My Generation
- Livin’ It Up
- Show Me What You Got
- Nookie
- Full Nelson
- Behind Blue Eyes
- Angel of Death
- Thieves
- Heart-Shaped Box / Smells Like Teen Spirit
- Rollin’ (Air Raid Vehicle)
- Boiler
- My Way
- Faith
- Break Stuff
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a cura e foto di
Mirko Fava

