Miss Fallaci, visionabile su Rai Play, ci racconta la vita di una delle più grandi giornaliste italiane, Oriana Fallaci, in sole otto puntate.
Se Oriana Fallaci fosse viva, non so quanto le sarebbe garbata la serie tv Miss Fallaci. A me ha lasciato qualche dubbio. Vi spiego subito il perché, andando ad analizzare i pro e contro di una serie ideata da Alessandra Gonnella e Diego Loreggian, diretta da Luca Ribuoli, Giacomo Martelli e Alessandra Gonnella.
Creata da Viola Rispoli e Tom Grieves, la serie è ispirata alla vita della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, interpretata da Miriam Leone.
Di sicuro promuovo la fotografia a mani basse. Soprattutto per il pregio di averci raccontato un periodo storico ricchissimo di fame e luccichii, ma anche per aver mostrato squarci di una Toscana e di un’America ricostruita.
“Abbiamo ricostruito i luoghi delle avventure di Miss Fallaci: New York, Los Angeles, Milano, Londra e Firenze di fine anni Cinquanta, le abbiamo ricostruite interamente a Roma e dintorni. Fellini diceva che non è necessario andare nei luoghi veri per raccontare una storia, perché a Roma c’è tutto e noi abbiamo provato a fare la stessa cosa”.
Luca Ribuoli
I sette peccati di Hollywood e Penelope alla guerra
La serie riprende una parte delle interviste che la Fallaci ha fatto nel corso della sua vita e anche da due dei romanzi che ne hanno consacrato il successo: I sette peccati di Hollywood e Penelope alla guerra.

Tanto che si può benissimo affermare che la serie si divida in due fasce temporali. La prima vede la Fallaci lottare contro un sistema patriarcale in cui le donne negli anni ’50 se, e sottolineo il se, riuscivano ad entrare in una redazione, erano indirizzate o a mansioni minori o a scrivere solo di cinema e moda.
Da qui il viaggio per Hollywood, e il venir fuori del personaggio con la sua testardaggine, caparbietà e capacità di riuscire ad ottenere, tranne in un caso che però non vi dico (non amo gli spoiler e lungi da me farvene) tutto quello che desidera e vuole.
Un viaggio che ne accresce la fame, la voglia di raccontare, e in cui vediamo anche un’altra Fallaci, quella stronza, quella che per la verità è disposta a risultare antipatica, ingrata (con le amicizie), ma al contempo anche delicata e sensibile.
Penelope alla guerra
Il susseguirsi della trama porta inevitabilmente ad un passaggio che, per quanto vicino alla verità dei fatti per come sono accaduti, rompe il personaggio, creando una frattura per l’umanizzazione della Fallaci.
Ai miei occhi, gli occhi di chi da adolescente ha amato la sua penna e si è letteralmente divorata ogni libro che aveva tra le mani, la rendono patetica, sottona, quasi pari ad una stalker che per amore non ha più capito nulla. Per carità ci sta, è qualcosa che purtroppo capita a tutti.
Comprendo anche il perché inserire questo spaccato per la sottile citazione a “Lettera ad un bambino mai nato”, ma qui arriva anche la delusione da chi ha amato il personaggio.
Questo voler romanzare a tutti i costi, inserendo una parentesi troppo lunga a mio avviso, fa un po’ saltare i nervi, soprattutto nel 2025, soprattutto se “Girl smettila di fare la sottona per chi non ti vuole!” è il tuo mantra da una vita e ti cade il personaggio dall’altarino dove lo avevi posizionato.

L’umanizzazione e l’amore a tutti i costi
Ti tocca fare i conti con la realtà, con quell’umanizzazione che hai sempre voluto scacciare come scacceresti una mosca. Ti ritrovi ad entrare nella psiche (a tratti male aggiungerei) di Oriana Fallaci, ne scopri i dolori, le cicatrici, i fantasmi.
Ad una certa ne vuoi sapere di più, ma quel di più purtroppo non arriva. Tutto si sussegue velocemente in un sunto talmente breve che non capisci molto se non andando ad accendere la fantasia per riempire i vuoti. E ti domandi che fine ha fatto Richard?
Che problemi aveva la signora piangente della stanza di fianco? Se Alda Merini ha descritto minuziosamente il manicomio, in questo spaccato la serie Miss Fallaci non va oltre la superficie, non scava, non approfondisce.
Ci racconta uno spaccato della vita passata della Oriana Fallaci, da bambina appena adolescente. La guerra, il babbo, la Toscana, i Partigiani, il primo amore e niente, nulla viene analizzato, nemmeno il trip mentale che ti porta a collegare determinati fatti alla rottura attuale e al suo bisogno morboso di essere amata da Alfredo Pieroni.
Non gira tutto intorno all’amore
Era meglio se l’amore fosse stato una parentesi piccola rispetto a quello che la Fallaci ha rappresentato per le donne, e di quanto abbia faticato per emergere in quel periodo storico fallocentrico dove o sceglievi la carriera o l’amore e la famiglia.
Nessun accenno al cancro, se non per le mille mila sigarette fumate, nessun accenno alle interviste che susseguono il cinema e la moda (pure di quello un breve accenno, seppur intelligente e mirato). Paradossalmente la serie stessa l’ha rinchiusa in quei due settori, quando in realtà ci ha raccontato, a suo modo, personaggi che non ne hanno fatto parte.
Della serie tv mi è piaciuto l’aver raccontato almeno all’inizio l’impronta che la Fallaci ha avuto anche nel giornalismo. Lì dove vigeva la regola delle 4W (dove, quando, come, perché) lei ha avuto il coraggio di tirare fuori la sua voce, di scrivere essendo presente nei suoi articoli, raccontando raccontandosi.
Promossa o bocciata?
E se abbiamo anche oggi quella libertà, lo dobbiamo anche a lei. La promuovo? Non lo so, se devo essere sincera promuovo la fotografia, la ricostruzione sartoriale e quindi gli abiti.
Promuovo sicuramente gli attori, ma non riesco a promuovere il dover inserire in maniera eccessiva l’amore come causa di distruzione di un personaggio che non si è rotto per quello, ma per un insieme di tante cose.
Non promuovo l’aver raccontato tutto e niente in maniera approfondita, eccetto la prima parte, quella su Hollywood. Quando le ultime due puntate ci accennano a “Il sesso inutile” ci da una anteprima, un assaggino, ma poi tocca a noi recuperare quel reportage e scoprire com’è andata a finire.
Poteva essere meglio quindi e si prende una sufficienza risicata sulla fiducia, nella speranza che si scelga di conoscerla tramite quello che di lei ci restano: i suoi scritti.
a cura di
Iolanda Pompilio

