Diario di una Band – Capitolo sedici

Diario di una Band – Capitolo sedici
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I maiali della guerra strisciano sulle ginocchia,
implorando pietà per i loro peccati.
Satana, ridendo, spiega le ali”

Black Sabbath

In questo nefasto periodo storico, ovvero metà ottobre 2019 la Turchia sta bombardando la Siria e martoriando un popolo, quello Curdo. Popolo già soggetto a discriminazioni, che vive di coraggio oltre la normale concezione umana per rivendicare la propria presenza su questo pianeta.

Ovviamente avrei di che parlare, ho un ampio punto di vista in merito ma non è questa la sede adatta per farlo. Ho voluto fare questa breve introduzione che apparentemente con la musica centra  poco, per aprire una parentesi che storicamente vede la musica correlata ai conflitti bellici.

Spulciando la giungla del web mi sono imbattuto in un paio di video che hanno toccato la mia sensibilità. Guerriglieri curdi che partivano per la battaglia accompagnati dalla musica dei Rage Against The Machine e donne combattenti curde che trovavano determinazione e spirito di sopravvivenza cantando la nostrana e partigiana “Bella Ciao”, interpretata come fosse una preghiera.

La guerra, nella sua negativa luce è una palestra di emozioni e sensazioni. Il distacco dalla famiglia, il timore di non rivedere più la propria amata e i figli, la giornaliera passeggiata con la paura di morire sotto un offensiva nemica. La musica in questo caso è necessaria per tenere vivi gli animi e le speranze, a consolidare il proprio stato di appartenenza ed esorcizzare per l’appunto il fantasma aleggiante della morte.

Nella Grande Guerra del 15-18, il primo vero conflitto di “trincea”, anche in Italia la musica diede alla luce un grande senso di auto determinazione, grazie a canzoni come “La leggenda del Piave”, brano cantato ogni 4 novembre, per l’anniversario della vittoria sull’esercito Austro-Ungarico, o “Monte grappa tu sei la mia Patria”.

Canzoni semplici, di stampo popolare, al limite con lo slogan forse, ma versi dettati dalla necessità, storie convinte e sentite nell’anima e nel fucile, dal calcio alla bocca.

Stesso discorso e forse ben più amplio se parliamo della seconda guerra mondiale, dove il regime fascista scelse come inno ufficiale “Giovinezza”. Inno al manganello e alla disciplina più che alla libertà di pensiero, entrando cosi di diritto in un nuovo ed ossimorico girone all’inferno nostrano.

La sostanza cambiava per le fazioni in gioco, ma era una partita che si disputava anche sullo stesso canale di comunicazione, la fede nella musica e la credenza nelle parole, mai state cosi pesanti e confuse.

In Germania, durante il decollo nazista per esempio, si passò da 4 a 16 milioni di radio di proprietà, “arma” che Joseph Goebbels, ministro della propaganda sfruttò in maniera totalizzante, ottenendo in breve tempo un risultato capillare.

Il canzoniere Partigiano invece è ricco e variopinto di sfumature, di lacrime e di prese di coraggio,  di colore. Si cantava di compagni andati, di mogli lontane, di bicchieri di vino bevuti in memoria dei tempi felici, si cantava in dialetto, si cantava per mantenersi vivi e questa è un’eredità immensa che possiamo ancora toccare con mano, riflettendoci in paragoni non troppo scontati con l’odierna sopravvivenza sociale ed emozionale.

Spicca in maniera esuberante la prima guerra “mediatica” della storia moderna. La guerra del Vietnam fece eco rimbombante e tutt’ora portiamo i segni di quel periodo. Una guerra vissuta in diretta, la prima guerra ad avere una colonna sonora uniforme e Rock’n’Roll.

Si perché questo conflitto ha modificato la tematica basilare delle canzoni del tempo, ribaltando completamente gli anni ‘60, le canzoni d’amore che aleggiavano da sempre hanno fatto spazio a tematiche dal contenuto “scomodo” e qui si è innescata la grande rivoluzione culturale del secolo scorso.

Il dogma sociale era entrato nel modo di pensare del cittadino medio e più prepotentemente nell’arte. Molti artisti di spicco hanno fatto quadro attorno a una necessità che non comprendeva classifiche da scalare, si lavorava per un’impronta unitaria e umana.

L’impopolare diveniva il pane servito su ogni tavola americana e la meraviglia del palinsesto proposto era un prodigio di tecnica dettato da una drammatica e gravissima realtà da debellare con l’arma della musica e della comunicazione.

Non c’è bisogno di fare elenchi e nomi per comprendere la portata del vento che tirava, la musica per la per la prima volta diveniva politica attiva, la forza delle canzoni era davvero in grado di sbilanciare equilibri e plasmare i movimenti scolastici e giovanili, con la sensibilità, con prese di posizione indipendenti e autonome, in sintesi: controtendenza.

Un periodo di ribellione dettato da musica ribelle. Pensandoci bene, chi avrebbe mai detto che uno dei portavoce di quel movimento, il menestrello Bob Dylan un giorno avrebbe poi vinto il premio Nobel?

Fino al termine della guerra fredda nell’URSS era categoricamente proibita ogni influenza occidentale e in ambito musicale erano banditi il Rock’n’Roll, il Boogie-Woogie, il Jazz, Elvis, Beatles e compagnia bella, oltre agli artisti sovietici emigrati che furono ritenuti “nemici” del partito.

La fantasia e la volontà che l’uomo sprigiona in assenza di possibilità a volte si trasforma in prodigio. E’ il caso di questo escamotage geniale, quanto rischioso che aggirò la censura.

Temerari che incisero in maniera clandestina la musica proibita sulle radiografie di cui gli ospedali dell’epoca dovevano disfarsi. Immaginate di ascoltare musica vedendo vorticare sul vostro giradischi toraci malconci o tibie spezzate. Un’immagine abbastanza sinistra, forse grottesca ma sinonimo di libertà creativa e virtuosa.

Nel 2017 il museo di arte contemporanea di Mosca ha ospitato una mostra intitolata appunto “Bone Music”, un tributo alla lotta alla censura sovietica del tempo.

Il 30 gennaio del 1972 in Irlanda del Nord, a Derry si scrisse una delle pagine più nere della storia moderna Europea, la guerra fratricida tra gli unionisti protestanti, irlandesi del Nord, legati alla corona britannica, a discapito degli indipendentisti cattolici che volevano l’indipendenza dell’isola nella Repubblica d’Irlanda. Giorno che passò alle cronache come il punto di rottura definitivo.

Quella domenica come ci ricordano Bono Vox e gli U2 l’esercito del Regno Unito aprì il fuoco sulla folla e furono uccisi 14 civili disarmati, 14 giovani manifestanti. Una carneficina che risuona ancora in maniera lacerante nell’isola verde.

Bono ai tempi era poco più di un bambino, dieci anni dopo scrisse un inno di repulsione e rifiuto totale della violenza. “Sunday Bloody Sunday” è tutt’ora una struggente testimonianza di come le emozioni disperate e il dramma possano trovare spazio in ambito musicale senza intaccare la bellezza stessa dell’arte adoperata.

Il ritornello cita “”How long, how long must we sing this song?”, “Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone”, una speranza struggente che prende la forma di una disperata ma necessaria presa di coscienza.

Ci sarebbero altre mille legami da descrivere e analizzare in merito e probabilmente non basterebbe un libro per esaminare tutti i punti di collegamento che la musica ha scavato nella memoria delle guerre.

L’analisi fatta è un monito pratico, un osservazione che riproduce la realtà nella sua vena più cruda.

Ci saranno canzoni che legate alle guerre rimarranno intramontabili. “Fratelli d’Italia” o  “l’inno di Mameli” è figlia delle guerre risorgimentali, cosi come “la Marsigliese” per i transalpini, scritta nel 1792 durante la rivoluzione Francese.

Canzoni come cicatrici, ricordi fermi e incastonati dalla “zavorra” del pentagramma, scavato nel fondo del miserabile ruolo della guerra. La musica è il modo di raccontare, è cronaca vera, è cronaca nera a volte e va accettata ed amata anche per questi diari musicali preziosi come reperti esposti nei musei.

Diviene il luogo dove esaminare la propria coscienza e imparare anche quello che i libri accademici a volte non possono, un esempio a me caro è “la guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè.

L’esitazione di Piero nello sparare al nemico avvistato dopo aver oltrepassato la linea di confine, l’attesa di decidere se sopravvivere a carico della morte altrui. La compassione che ancora vive nell’”uomo macchina” mandato al macello.

Piero esita, guidato da un’umana solidarietà che gli sarà troppo cara. Una volta accortosi di Piero il nemico sferra istantaneo un colpo al cuore che non lascerà scampo e vita al nostro protagonista. Questa canzone, una delle rare di Faber strutturate in questa maniera, riporta a una logica riflessione, fa intendere che Piero si sente parte di un meccanismo vigliacco, illogico, al quale non voleva prendere parte, era semplicemente obbligato a parteciparvi.

Parte di un ingranaggio in cui povera gente è mandata a combattere contro la propria volontà, con l’ordine di uccidere e non farsi uccidere da altra povera gente che vive le sue stesse sensazioni, come pedine di una scacchiera, come un sacrificio speculare dovuto. L’assurda e perversa filosofia della guerra.

L’unica certezza è che le guerre forse non avranno mai fine e di conseguenza, dietro a ogni conflitto che scoppierà, ci sarà sempre un musicante a fare da cronista, con la sua arte, con la sua voce e i suoi occhi.

Non dobbiamo dare per scontato che non possa succedere a me che scrivo o a te che stai leggendo, in un futuro forse nemmeno troppo lontano, questo scomodo riconoscimento alla memoria potrebbe scegliere le vie di casa nostra. Perchè non è difficile sviluppare la propria musica se la si ama con tutto se stessi, sono le motivazioni che cambiano in base alle esperienze. E sopratutto alle necessità

Nascere nel posto giusto della terra è semplicemente una megalitica botta di culo.

a cura di
Vasco Bartowski Abbondanza

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