Iodegradabile di Willie Peyote ci ricorda che prima o poi tutto scade

Iodegradabile di Willie Peyote ci ricorda che prima o poi tutto scade
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Sono passati due anni da quando le playlist di molti avevano come protagonista Sindrome di Toret, album con cui il torinese Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, si consacrava come punta di diamante del cantautorap e ci diceva arrivederci.

Sono dovuti passare due anni, un tour con i Subsonica e una crisi di governo per far tornare la luce della ribalta su uno dei talenti più particolari del panorama rap italiano. Così a fine agosto di quest’anno esce il primo singolo, La Mia Futura Ex Moglie, un brano d’amore intelligente e autoironico che ha fatto innamorare chi era più lontano dall’artista e storcere il naso ai fedelissimi, spaventati che l’assenza prolungata avesse reso il cantante troppo dolce e alle varie insinuazioni sul fatto che la sua musica avesse preso una svolta alla Claudio Baglioni lui risponde il 26 settembre facendo uscire Mango, canzone in cui torna ad essere il cinico ironico che tutti attendevano e che rispecchia maggiormente quello che possiamo definire come il mood di Iodegradabile.

Per parlare di Iodegradabile bisogna porre dei punti cardine sui quali tracciare i binari del discorso. Primo tra tutti è il fatto che la musica di Willie Peyote non è e non ha mai voluto essere una musica per tutti. Il cantatorap infatti, nella sua matrice essenziale, ha il fatto che i temi sono attuali e complessi e il linguaggio è quello del cantautorato (con qualche parolaccia in più). Per ascoltare uno come Willie Peyote, insomma, non bastano due cuffie e l’album, serve tempo, pazienza e riascolto ma soprattutto è strettamente necessaria una forte autocritica e una buona cultura. Senza questi, infatti, la percezione sarà nettamente inferiore alla portata del prodotto.

Detto questo viene naturale il fatto che Iodegradabile è un album complesso e maturo.

Complesso perché i temi trattati vanno dalla politica ai social e dalla satira all’amore, condito, il tutto, con delle citazioni sia letterarie che musicali ( chi non ha notato la citazione di Fibra ne “ la mia futura ex moglie” rimedi subito).

Maturo perché questo album presenta un nettissimo distacco rispetto al rapper di “Non è il Mio genere, il genere umano” ma anche rispetto a quelli di “Educazione Sabauda”, ma maturo soprattutto perché Iodegradabile è figlio dei tempi, non potrebbe esistere in nessun altro momento e in nessun altro luogo. Iodegradabile è un album che vive il suo ciclo di vita in Italia e nel 2019 e non potrebbe altrimenti, perché la linfa vitale dei suoi pezzi migliori, come per esempio Mostro, sta nel fatto che raccontano l’oggi, ironizzando e con un velo di rabbia, in un modo in cui solo chi ha vissuto e sofferto l’oggi può fare.

La chiave di lettura di Iodegradabile si trova, a mio parere, in due momenti diversi del disco: il primo, quello visivo, è la copertina, che ritrae l’artista incellofanato e con data di scadenza, a ricordare la serie fotografica Fresh Meat di SHSadler, la seconda, uditiva, è l’Intro. Il tema basilare di questo progetto è nascosto ed evidentissimo ed è il tempo.

Buonasera, andrà ora in onda dai nostri studi di Torino una nuova puntata dello sceneggiato Iodegradabile, scritto e interpretato da Willie Peyote. Il tema portante della puntata di oggi è il tempo e il rapporto dell’uomo con esso, cercando di rispondere alla domanda: “Sapessimo il tempo che resta, sapremmo davvero usarlo meglio?“. A seguire la nostra rubrica di approfondimento su società e costume, ma prima le ultime notizie col telegiornale della sera. Buona serata”

Tempo inteso però non come il semplice scorrere quanto il fatto che prima o poi finirà. La base fondamentale di questo album è che ogni cosa, anche l’arte, ha provocatoriamente una data di scadenza.

Nei dodici brani che compongono l’album il ventaglio di temi non è ampissimo ma focalizzato, in cui i pezzi da novanta sono sicuramente politica e amore (che caratterizzano quelle che sono, a mio parere, le due canzoni più forti dell’album: Mostro e Semaforo).

Quello che Willie Peyote ci regala è un album paradossalmente distante da Willie Peyote stesso, più vicino, forse all’uomo che è diventato che al rapper che è stato. Dicendo questo, ovviamente, non vogliamo dire che abbia dimenticato come si rappa, ma ha ricreato il suo stile, aiutato sicuramente dal team, capitanato da Frank Sativa, che ha creato delle basi incredibili ed eclettiche.

 L’unico punto interrogativo che rimane è sulla durata di alcuni pezzi, che proprio per il minutaggio sembrano abbozzi di quello che poteva essere.

Per concludere quello che ci troviamo davanti è un lavoro complesso e soddisfacente, ballabile e capace di fare riflettere, un prodotto, insomma, che sebbene abbia una data di scadenza in copertina ha il grande pregio di aver aperto un nuovo tempo per una delle penne più interessanti di questi anni.

a cura di
Mariarita Colicchio

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