Hollywood Vampires – Parco della Musica, Milano – 1 settembre 2026

Hollywood Vampires

Al Parco della Musica di Milano, Alice Cooper, Joe Perry, Johnny Depp, e tutto il resto della band trasformano una sera di fine estate in un viaggio attraverso la storia del rock. Tra fiamme, chitarre, omaggi ai grandi del passato e un pirata che sembra essere nato per stare su un palco, gli Hollywood Vampires ricordano a tutti perché certe canzoni non invecchiano mai

Prima dei Vampiri, Milano ha già voglia di rock

Il Parco della Musica di Milano è pieno molto prima che arrivi il momento degli Hollywood Vampires. È una di quelle serate in cui il concerto sembra iniziare ore prima della prima nota: nell’aria c’è odore di hamburger, quasi tutti hanno una birra in mano e intorno si incrociano magliette di band, stivali, pelle, borchie e tanto nero.

Ma non esiste davvero un dress code. La regola sembra piuttosto essere una sola: vestiti come vuoi, purché tu abbia voglia di stare bene, ascoltare musica e magari ballare. Se poi c’è qualcosa di nero o vagamente rock, tanto meglio, ma ciò che conta davvero è quella sensazione di libertà che precede i concerti capaci di riunire persone diversissime sotto la stessa musica.

La prima parte dell’area resta aperta gratuitamente e questo rende l’attesa parte integrante dell’esperienza, perché si può mangiare, bere qualcosa, incontrarsi, conoscere persone nuove oppure semplicemente fermarsi fuori e lasciarsi raggiungere dalla musica, vivendo il concerto anche senza essere ancora entrati davvero nel cuore dell’evento.

Ad aprire la serata sono le Bambole di Pezza, formazione milanese tra le realtà più riconoscibili del punk rock italiano al femminile e special guest delle due date italiane degli Hollywood Vampires. Il 2026 per loro è stato un anno particolarmente importante, tra Sanremo, il nuovo album e un’intensa attività dal vivo.

Poi il sole comincia a scendere, il cielo cambia colore e l’atmosfera si trasforma lentamente.

E finalmente escono i Vampiri.

Tramonta il sole, escono gli Hollywood Vampires

Forse non potrebbe esserci ingresso migliore, perché quando Alice Cooper, Joe Perry e Johnny Depp salgono sul palco il cielo sopra Milano è ormai scuro e tutto sembra improvvisamente assumere un’altra forma, come se il tramonto avesse preparato la scena apposta per loro.

Gli Hollywood Vampires nascono proprio come un omaggio alla grande storia del rock e ai musicisti che non ci sono più, e il concerto milanese continua a portare avanti quella missione attraverso brani originali e cover che appartengono ormai alla memoria del genere, di chi era già nato e chi non, trasformando ogni canzone in un tassello di una storia molto più grande.

Sul palco ci sono anche Tommy Henriksen, alla chitarra; Glen Sobel, alla batteria; Chris Wyse, al basso e Buck Johnson, alle tastiere. Una formazione che suona con una precisione impressionante, ma senza mai dare l’impressione di eseguire semplicemente una scaletta. Tutto appare vivo, sporco al punto giusto, attraversato da quella libertà che rende il rock qualcosa che non può essere completamente controllato.

C’è tutto, ci sono luci rosse, immagini che scorrono sul grande schermo e una scenografia che accompagna ogni brano senza togliere spazio alla cosa che conta davvero, cioè la musica.

E poi ci sono loro, vestiti larghi, scuri, quasi naturalmente dentro quell’estetica da creature della notte.

Quasi tutti. Perché, come gli altri mantengono tutt’ora i loro personaggi, c’è Johnny Depp che continua ostinatamente a essere Johnny Depp.

Johnny Depp, il Vampiro che continua a sembrare un pirata

Bandana, capelli spettinati, tatuaggi in vista e anelli praticamente su ogni dito: Johnny Depp potrebbe trovarsi sul ponte di una nave pirata, sul set di un film o su un palco davanti a migliaia di persone e probabilmente cambierebbe molto poco, perché quella sua immagine sembra ormai appartenere più a lui che a qualsiasi personaggio abbia interpretato.

Ed è forse proprio questo il suo fascino, il fatto che non sembri mai costruire un personaggio apposta per il concerto, ma piuttosto portarsi dietro qualcosa che gli appartiene da sempre, a metà tra il pirata, il musicista incontrato per caso in un locale alle tre del mattino e l’uomo che prende una chitarra quasi distrattamente per poi obbligare tutti a guardarlo appena comincia a suonare.

E guardarlo è inevitabile, non perché sia Johnny Depp, la star del cinema, o almeno non soltanto per quello.

Sul palco è prima di tutto un musicista, uno che spesso resta leggermente arretrato, lascia spazio ad Alice Cooper, si avvicina a Joe Perry, abbassa lo sguardo sulla chitarra e non sente mai il bisogno di occupare continuamente il centro della scena per attirare l’attenzione, perché gli basta esserci.

Ed è difficile, almeno per chi scrive, fingere una perfetta imparzialità quando lo si vede imbracciare la chitarra a pochi metri di distanza, perché ci sono artisti che ammiri e poi ce ne sono alcuni che hai amato talmente a lungo da avere quasi la sensazione assurda di conoscerli.

Vederli finalmente davanti a te rende tutto un po’ meno professionale e molto più umano.

Un concerto costruito sulla memoria del rock

L’introduzione di Bela Lugosi’s Dead sembra aprire simbolicamente le porte del loro mondo, poi I Want My Now e Raise the Dead fanno partire davvero il viaggio, trascinando il pubblico dentro un concerto che fin dalle prime battute chiarisce di non voler vivere soltanto nel presente.

Con I’m Eighteen arriva immediatamente Alice Cooper, quello che il pubblico conosce e vuole: voce graffiata, presenza teatrale e una naturalezza sul palco che soltanto decenni di rock possono regalare.

Ma è andando avanti che diventa evidente la vera anima degli Hollywood Vampires, perché questo concerto non è una semplice successione di cover, ma un gigantesco atto d’amore nei confronti del rock, un modo per attraversarne la storia senza trasformarla in qualcosa di polveroso o distante.

Venus in Furs dei Velvet Underground, Livin’ on the Edge degli Aerosmith, Baba O’Riley degli Who, Roadhouse Blues dei Doors, Beck’s Bolero di Jeff Beck: ogni brano sembra essere scelto non tanto per dimostrare quanto bene la band sappia reinterpretarlo, quanto per raccontare da dove arriva e quali strade hanno portato questi musicisti fin qui.

Sono canzoni che hanno attraversato generazioni e che, nelle mani degli Hollywood Vampires, non diventano reperti da museo, perché continuano a respirare, a vibrare, a fare rumore.

Le chitarre sembrano quasi cantare mentre la batteria arriva dritta nel petto, così forte che non c’è bisogno di ragionare troppo su quello che sta succedendo.

Questo è il rock, quello che prima ancora di essere ascoltato si sente fisicamente, passa attraverso lo stomaco, il petto, le gambe e alla fine sembra arrivare in ogni cellula del corpo.

People Who Died: ricordare chi ha costruito tutto questo

Uno dei momenti più significativi arriva con People Who Died, mentre la band continua a suonare e sullo schermo scorrono fotografie e nomi di grandi artisti del passato, uno dopo l’altro, come se per qualche minuto tutto il concerto si fermasse a ricordare chi ha costruito una parte fondamentale di quella musica.

È impossibile non pensare alle origini stesse degli Hollywood Vampires e al senso più profondo del progetto, nato anche per mantenere vivo il ricordo di amici e musicisti scomparsi attraverso le canzoni, trasformando la memoria in qualcosa di rumoroso, vivo e condiviso.

E mentre quelle fotografie passano dietro la band, il concerto assume per qualche minuto un significato diverso, non malinconico ma celebrativo, perché il modo migliore che questi musicisti conoscono per ricordare chi non c’è più è continuare a suonare.

E farlo fortissimo.

Denti, fumo e fiamme: benvenuti nel sogno dei Vampiri

Poi arriva Who’s Laughing Now e il teatro rock torna a impossessarsi completamente del palco, perché dall’alto compaiono enormi denti aguzzi mentre fumo e fiamme avvolgono la scena, le luci diventano ancora più intense e per qualche minuto il Parco della Musica smette di sembrare un’arena di Milano.

Sembra di essere entrati dentro un incubo, solo che è uno di quegli incubi da cui non vorresti essere svegliato, perché tutto è esagerato, teatrale, quasi irreale e allo stesso tempo perfettamente coerente con ciò che sta accadendo sul palco.

Alice Cooper conosce l’arte della teatralità meglio di quasi chiunque altro, ma ciò che rende lo spettacolo efficace è il fatto che ogni elemento visivo rimanga sempre al servizio della musica, senza mai diventare un trucco per nascondere qualcosa.

Non serve. Perché sotto il fumo, c’è tutto l’arrosto che serve e dietro le fiamme, davanti alle immagini continuano a esserci musicisti straordinari.

Joe Perry, Alice Cooper e una band che non ha nulla da dimostrare

È facile concentrare l’attenzione sui tre nomi giganteschi stampati idealmente sopra quello degli Hollywood Vampires, ma dal vivo emerge con chiarezza quanto questo progetto funzioni proprio perché non sembra una semplice somma di celebrità, bensì una band vera, capace di respirare insieme e lasciare a ciascuno il proprio spazio.

Joe Perry porta con sé tutto ciò che significa essere stato una delle chitarre degli Aerosmith, Alice Cooper continua ad avere quel carisma teatrale che ha contribuito a cambiare l’immaginario del rock e Johnny Depp passa dalla chitarra alla voce senza mai cercare di imporsi sugli altri, mentre intorno a loro la band tiene insieme tutto, tutti sono le seconde e terze e quarte voci, tutti hanno il loro momento, tutti girano da una parte all’altra del palco e lo fanno con una solidità impressionante.

E così il concerto procede con quella particolare sensazione che nasce quando sul palco ci sono persone che non devono dimostrare di essere rockstar, perché lo sono già da tempo e possono permettersi semplicemente di divertirsi.

Ed è proprio il loro divertimento a rendere lo spettacolo contagioso.

Poi Johnny Depp canta Heroes

Ci sono però momenti in cui qualsiasi tentativo di mantenere una certa distanza giornalistica diventa particolarmente difficile, e uno di questi comincia quando Johnny Depp arriva al microfono per Heroes.

Il capolavoro di David Bowie è da tempo uno dei brani simbolo delle esibizioni degli Hollywood Vampires, ma ascoltarlo dal vivo è tutta un’altra cosa, perché la voce di Depp non cerca Bowie e non prova in nessun momento a imitarlo.

È più bassa, più ruvida, imperfetta nel modo giusto, e proprio per questo riesce a essere credibile.

Per qualche minuto tutto sembra stringersi intorno a quel microfono, mentre Johnny canta, la band cresce alle sue spalle e il pubblico impazzisce, trasformando il brano in uno dei momenti emotivamente più forti della serata.

E qui diventa impossibile nasconderlo: vedere Johnny Depp cantare Heroes dal vivo è uno di quei momenti che, quando hai aspettato per anni di trovarti davanti a una persona che ami artisticamente (e non solo), fanno saltare completamente qualsiasi tentativo di compostezza.

Puoi prendere appunti, cercare di ricordarti le luci, pensare alla recensione che dovrai scrivere il giorno dopo, ma poi lui comincia a cantare e per quattro minuti non esiste più niente di tutto questo.

Esiste soltanto quel momento.

Da Heroes a Highway to Hell: qualcuno chiami un’ambulanza

E quando pensi che il cuore abbia già raggiunto un ritmo sufficientemente preoccupante, gli Hollywood Vampires decidono evidentemente che non è abbastanza, perché arriva Walk This Way e subito dopo Highway to Hell.

A quel punto parlare di crescendo sembra quasi riduttivo: è una tachicardia continua fatta di chitarre, cori, batteria, pubblico che canta e quella sensazione meravigliosamente irrazionale di trovarsi davanti a pezzi di storia della musica che vengono smontati e ricostruiti sul palco da persone che quella stessa storia l’hanno vissuta.

Qualcuno chiami un’ambulanza! Ma magari dopo il concerto, perché nessuno vuole andare via adesso.

Una scuola di rock senza nostalgia

School’s Out si intreccia con Another Brick in the Wall e sembra quasi riassumere ciò che gli Hollywood Vampires hanno fatto per tutta la sera: prendere epoche, artisti e linguaggi diversi e farli convivere nello stesso spettacolo senza che nulla sembri fuori posto.

Poi arriva l’encore con The Train Kept A-Rollin’ e il viaggio si chiude così come dovrebbe chiudersi qualsiasi concerto rock, con il volume ancora alto, il pubblico ancora carico e la sensazione che sarebbe perfettamente accettabile andare avanti per un’altra ora.

La scaletta milanese attraversa Alice Cooper, Aerosmith, The Who, The Doors, David Bowie, AC/DC, Velvet Underground, Jeff Beck e molti altri, insieme ai brani originali degli Hollywood Vampires, componendo una vera celebrazione del rock e degli artisti che hanno costruito l’immaginario da cui il progetto prende vita.

Non c’è però nostalgia nel senso triste del termine e nessuno sembra voler dire che “una volta la musica era migliore”. Il messaggio è quasi l’opposto.

Questa musica è ancora qui. Basta suonarla.

Forse i Vampiri esistono davvero

Quando si riaccendono le luci, resta quella strana sensazione che accompagna soltanto alcuni concerti, quella per cui sai perfettamente di aver assistito a uno spettacolo eppure una parte di te continua ad avere la sensazione di essere stata da qualche altra parte.

Forse è merito delle fiamme, forse dei giganteschi denti comparsi sopra il palco, forse delle immagini dei musicisti scomparsi, delle chitarre che continuano a vibrare nelle orecchie o di Alice Cooper che sembra aver stipulato personalmente un accordo con il tempo.

Oppure è colpa di Johnny Depp, che entra sul palco vestito come un pirata perso per sbaglio tra dei vampiri, imbraccia una chitarra, canta David Bowie e rende improvvisamente molto difficile ricordarsi di essere lì per lavorare.

Ma in fondo anche questo è il senso della musica dal vivo: per qualche ora possiamo smettere di osservare tutto da fuori, lasciarci attraversare dal suono, cantare canzoni scritte prima che molti di noi nascessero e scoprire che riescono ancora a farci battere il cuore come se fossero appena uscite.

Gli Hollywood Vampires non riportano in vita il passato. Gli impediscono semplicemente di morire.

E forse è proprio per questo che, quando tramonta il sole e sul palco compaiono i Vampiri, viene ancora voglia di seguirli ovunque decidano di andare.

a cura di
Maria Giulia Lapenna

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