I Mumford & Sons tornano a casa: il nuovo album “Rushmere”

Un disco che sa di radici, di memoria e di nuova consapevolezza

Sono passati sei anni da Delta, e in mezzo c’è stato di tutto: l’uscita di scena di Winston Marshall, le polemiche, un album solista di Marcus Mumford, un attesa lunga e carica di domande. I Mumford & Sons sarebbero tornati? E in che forma?

Con “Rushmere”, Marcus, Ben e Ted scelgono di tornare senza fronzoli, con una calma inedita. Non cercano di riscrivere la propria storia, ma la osservano da un nuovo punto di vista, più maturo, più dolce, forse anche più vulnerabile.

Il titolo dell’album, “Rushmere”, è già una dichiarazione d’intenti: è il nome della zona a sud di Londra dove la band ha iniziato a muovere i primi passi. È un’idea di casa, di ritorno. E il disco suona proprio così: come un rientro dopo un lungo viaggio, con addosso la polvere di quello che si è vissuto e il desiderio di raccontarlo.

Non un nuovo inizio, ma un nuovo equilibrio

“Malibu”, primo singolo pubblicato per annunciare l’album, apre il disco con una semplicità disarmante: voce calda, chitarra acustica, un ritmo che cresce senza mai esplodere davvero. Segue “Caroline”, una piccola ballata sospesa nel tempo, poi arriva la title track, “Rushmere”, che raccoglie tutto il senso del disco: uno sguardo al passato che non fa male, ma che commuove.

Dimenticate i banjo furiosi di “Sigh No More”: “Rushmere” è un album che si prende il suo tempo. Il folk rimane, ma è diluito, mescolato a suggestioni pop che mettono al centro le voci e le parole. Dave Cobb accompagna la band in questo viaggio con mano attenta. Ogni arrangiamento suona pensato, ogni spazio lasciato vuoto è voluto.

Certo, non tutto ha lo stesso peso: “Monochrome” e “Anchor” rallentano ancora i tempi, a volte fin troppo, rischiando di perdersi in un’eleganza che non sempre lascia il segno. Ma poi arrivano “Blood On The Page” e “Leave Me Waiting” a riaccendere la miccia con un’intensità emotiva che riconduce ai momenti migliori di “Babel”.

Fonte immagini: pagina Facebook Mumford & Sons
Un passo indietro per guardarsi meglio

“Rushmere” rappresenta un ritorno alle origini per i Mumford & Sons, e in certi momenti riesce davvero a ricordarci perché, più di dieci anni fa, ci siamo affezionati alla loro voce, al loro modo così fisico e fragile di raccontare le emozioni. Ci sono momenti che brillano come allora, ma nel complesso l’album somiglia a una prova tecnica, a un test per capire se l’equilibrio interno, artistico ed emotivo, regge ancora.

“Rushmere” è un omaggio al passato, e forse anche un modo per fare pace con esso, più che un vero passo avanti nell’evoluzione musicale dei Mumford & Sons. Eppure, in questo tempo lento, anche la staticità ha valore. Perché a volte, per andare avanti, bisogna semplicemente restare.

a cura di
Chiara Serri

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