“Diciannove”: la recensione in anteprima di un film libero e travolgente che non ha paura di osare

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Una rappresentazione cruda e sincera di cosa significhi avere diciannove anni, tra arroganza, disperazione e smarrimento. L’esordio alla regia di Giovanni Tortorici è in uscita al cinema domani, giovedì 27 febbraio.

Presentato alla 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione “Orizzonti” e, successivamente, nella sezione “Discovery” del Toronto International Film Festival, Diciannove, opera prima di Giovanni Tortorici, arriva finalmente nei cinema italiani. Il film sarà nelle sale da domani 27 febbraio, distribuito da Fandango e prodotto dalla Frenesy Film Company di Luca Guadagnino.

La giovinezza, tra studi e dissolutezze

Il regista firma il suo esordio cinematografico con un film di derivazione autobiografica, in cui esplora con ironia e sincerità la vita di uno studente fuorisede in lotta con il secolo in cui vive.  

Siamo nel 2015. Leonardo Gravina, ragazzo di diciannove anni, dopo aver lasciato Palermo per andare a studiare business a Londra, prende una decisione improvvisa e radicale: trasferirsi a Siena per dedicarsi alla letteratura. 

La vita da fuorisede è narrata con brutale sincerità, senza filtri. Molti studenti potranno riconoscersi nei comportamenti del protagonista: il rapporto con i coinquilini, i sorrisi di circostanza, gli esami rifiutati, l’avversione ai compagni di corso e la delusione verso professori universitari. Leonardo vive, mangia, studia e dorme, in una stanza che pulisce solo quando qualcuno va a trovarlo. 

Ma non finisce qui.

Il giovane non si limita a studiare letteratura: si isola completamente, immergendosi nello studio in modo ossessivo e maniacale. È un ragazzo dai “gusti conservatori”, appassionato dei trecentisti toscani e desideroso di “cancellare il Novecento”. Da spettatori, osserviamo la sua vita durante quell’anno di “studio matto e disperatissimo” in cui finge di avere amici, mentre passa i suoi sabati sera da solo, a leggere nella sua stanza. Cavalcanti, Leopardi, Pulci, Giordani e Bartoli sono solo alcune delle sue tante guide morali, che alterna a sporadiche fughe in discoteca con la sorella o il cugino.

Tra arroganza, disperazione e smarrimento

Tortorici offre un ritratto autentico e intenso di quella fase della vita in cui l’arroganza, la sfrontatezza e la rabbia sono protagoniste indiscusse. Leonardo è il perfetto esempio di un diciannovenne convinto di sapere già tutto, un giovane che si confronta con il mondo tenendo i pugni stretti in tasca.

Tuttavia, la sua rabbia non esplode mai veramente contro gli altri: egli non trova mai il coraggio di esprimerla e la sfoga solo nella solitudine della sua stanza, dove la frustrazione e la disperazione adolescenziale prendono forma in bestemmie e messaggi mai inviati, lasciati sospesi nel vuoto della sua incomunicabilità.

La pellicola cattura magnificamente l’irrequietezza e la confusione tipiche di quell’età. Il protagonista può apparire arrogante, con un’aria di superiorità che potrebbe risultare indigesta a molti, soprattutto a chi non coglie l’ironia. Ma è proprio questa superbia a rappresentare un sentimento genuino e palpabile, quello di chi è giovane e non sa ancora come affrontare le sue insicurezze. Alla fine, anche Leonardo è consapevole di essere un “povero disperato” che si vorrebbe solo sparare “un colpo in fronte”, come scrive nei suoi quaderni. 

Il finale volutamente irrisolto, lontano dalla ricerca di una conclusione definitiva, rispecchia perfettamente l’incertezza tipica di quel periodo in cui tutto è in divenire e nessuna risposta sembra mai essere davvero soddisfacente. 

La regia di Giovanni Tortorici

Diciannove fa qualcosa che si vede raramente nel cinema italiano: rischia, osa.

Certo, questo è possibile grazie alla produzione di Luca Guadagnino che, come dichiarato dallo stesso regista, gli ha concesso una libertà assoluta, privilegio che purtroppo ai giovani esordienti è quasi sempre negato. Tortorici – a differenza di molti – ha saputo sfruttare questo privilegio ed è riuscito a fare qui qualcosa di nuovo. 

Il film, infatti, gioca e sperimenta, mescolando tecniche diverse: toni, linguaggi e formati si intrecciano in continuazione. Rallenty, fermo immagine, montaggio veloce, split-screen…perfino animazione! Quella di Margherita Giusti (altra scoperta di Guadagnino e vincitrice ai David di Donatello 2024), che dà forma ai pensieri del protagonista.

Il montaggio di Marco Costa, a tratti allucinato e psichedelico, si adatta perfettamente alla scrittura libera e sfacciata della sceneggiatura. La colonna sonora spazia da Pergolesi e Monteverdi alla lirica, passando per la musica pop e arrivando persino alla trap. 

Bravissimo poi Manfredi Marini, attore alla prima esperienza, capace di reggere l’intero film sulle sue spalle, dando vita a un personaggio autentico, goffo e fuori dagli schemi. La sua performance riesce a trasmettere le mille sfumature di un’adolescenza difficile e tormentata. Speriamo di rivederlo presto sul grande schermo, poiché supera di gran lunga i soliti volti che affollano il cinema italiano. 

A mio parere

Diciannove è dunque un film che sperimenta, affascina e conquista per la sua spavalderia, grazie ad una regia fresca e coraggiosa che tanto manca al cinema italiano.
L’opera prima di Tortorici è un bellissimo coming-of-age, un perfetto ritratto delle paturnie e delle nevrosi adolescenziali.

E chi lo trova troppo arrogante ha forse dimenticato cosa significhi avere diciannove anni… .

a cura di
Matilde Borrini

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