Pantera – Unipol Arena, Bologna – 12 febbraio 2025

Pantera, Unipol Arena Bologna 12 febbraio 2025

King Parrot gran carica, Power Trip devastanti, Pantera sugli scudi. Resoconto di una serata (quasi) perfetta

Ci sono giorni in cui ti svegli 38enne. La calvizie che avanza, la preoccupazione di prenotare la visita al CUP, decidere se sia meglio comperare il succo di frutta di marca o quello del supermercato. Ci sono giorni in cui ti svegli 38enne e quella maglietta lì, in fondo l’armadio, ti guarda. Ti fissa. Logora, un tempo nera, ora grigio chiaro, sta lì, zitta. Muta. La guardi, poi un lampo: “Stasera ci sono i Pantera”.

Quel 38enne risveglia il se stesso più giovane, col lungo crine, anfibi, jeans, giacca di pelle logora e quella stessa maglia, che tante ne ha passate, tante ne ha vissute. Lo specchio non perdona, ma un sorriso si stampa su quel simulacro. “Si va a salutare gli zii acquisiti”.

L’arrivo all’Unipol Arena

S’arriva alla venue. Il tempo grigio è perfetto per questa marmaglia di persone che si aggira nei dintorni dell’Unipol Arena di Casalecchio di Reno. La maggior parte rispetta il “protocollo”: jeans, meglio se logori, maglietta con nome illeggibile di varie band, eventuale giubbotto di pelle o di jeans, in questo caso doverose le toppe di vari artisti e gruppi che spaziano dal metal estremo al proto metal.

Non è denigrazione: del resto, ci siamo anche noi lì a mescolarci perfettamente, tra chi ha passato da un bel pezzo i vent’anni e chi, invece, li sta appena sfiorando.

Già, perché il pubblico di questa sera è discretamente variegato, con mia grande sorpresa: molta della vecchia guardia (anche più vetusta del sottoscritto) è presente e fieramente prenderà possesso delle prime file, ma molti figli dei tardi anni ‘80, ‘90 e primi anni 2000 sono lì a presenziare. Qualcuno spaesato, qualcun altro invece ha già fatto un bel po’ di palestra del metallo.

Che le danze comincino: King Parrot

La prima band comincia alle 19:00 in punto. Molto stimati dal buon Phil Anselmo (indosserà una loro maglietta qualche ora dopo), i King Parrot si esibiscono davanti a una Unipol Arena ancora in fase di riempimento. Suoni tutt’altro che perfetti, il rimbombo è padrone degli spazi. Ma ai King Parrot, come si dice a Oxford, non frega un emerito cazzo e tirano giù un grind grezzo, feroce, implacabile e divertente. Dall’Australia senza pudore, insomma.

Una setlist tirata, consci del relativo poco tempo a disposizione e tutti felici e contenti. Un po’ meno quelli che erano ancora in fila fuori, in attesa di entrare.

Power Trip. Parola d’ordine: circle pit

Cambio palco repentino e non c’è tempo: appena Seth Gilmore prende in mano il microfono bisogna fare headbanging. Non importa perché: fallo e basta. Da lì, l’ascesa verso il più alto gradino dell’inferno: moshpit, circle pit, pogo scomposto (che in realtà, nel metal, non è mai pericoloso), e wall of death.

Non c’è un momento di pausa, non c’è tempo per le distrazioni.

Basta un attimo, uno sguardo repentino verso quel cellulare di merda che stai per tirare fuori per fare la tua simpatica storiella su Instagram, e ti ritrovi nel bel mezzo di un pogo, tra spintoni, birre che volano come libellule di Saturno e qualche risata. Poi ti riprendi e non sai come tu sia ora in terza fila. Auguri, fratello.

Fatto sta che i Power Trip beneficiano di un assetto sonoro quasi ottimale: l’Unipol Arena rimbomba ancora, ma i suoni dal palco sono molto più nitidi, caotici ma non troppo. Godi, e questo basta.

Prestazione sontuosa, non c’è che dire.

L’omaggio per la storia. L’omaggio ai Pantera dai (2/4) Pantera

Sembra una serata condotta da Carlo Conti. Si spacca il minuto. Hai avuto giusto il tempo di rinsavire, di capire quanto tu sia stato asino a non accorgerti in questi anni dei Power Trip, di essere già su qualche store digitale a comperare il CD (siamo entità vetuste, io e il compact disc, lo ben so) e PUFF: ore 21:00. Il telo che copre il palco già da un po’, con la sua scritta gargantuesca, inizia a illuminarsi di linee, forme geometriche.

Tutto il resto è avvolto dal buio, tranne due ledwall che proiettano immagini in movimento provenienti da ere geologiche ormai lontane. I fratelli Abbott che ridono, scherzano, suonano e godono davanti alle folle. Tempi lontani, tempi andati.

Il telo si gonfia, la scritta “PANTERA” cade. “Caso” vuole che tutto ciò si verifichi esattamente alla primissima nota di “A New Level”. Tu, povero indefesso che riprendevi la scena col tuo simpatico smartphone da 235 euro, accusi uno spintone, sorridi a un tentativo di pogo. Poi vedi che il tuo schermo sta riprendendo i piedi delle persone attorno a te.

Complimenti, sei caduto.

Ma il popolo del metal è solidale, non è scemo. Vieni recuperato in un nanosecondo e riportato in posizione eretta, uno sguardo velocissimo per chiederti se va tutto bene e poi, come se nulla fosse, si ricomincia.

Tutto ciò è durato all’incirca 6 secondi.

Si prosegue con “Mouth Of War”, “Strength Beyond Strength”, “Becoming”. Nemmeno un problema tecnico alla chitarra di Zakk Wylde ferma lo show: si va, come dei Caterpillar che non sanno cosa significhi fermarsi. Phil Anselmo in grande spolvero, ancora più in forma, se vogliamo, rispetto alla già rispettabilissima performance del 2023.

Al basso Rex, anche lui simpatico arzillo quasi anziano in forma. Lo guardi, ti guardi e pensi che quello sbagliato sia tu stesso.

Colui che fa sentire sbagliati tutti, però, è quella macchina da guerra di Charlie Benante: non sbaglia un colpo. Forse lo sbaglia, ma chi se ne frega: sono schiaffi a ripetizione sulla noce del capocollo che danno il ritmo al pogo incessante e a quei cicle pit che di tanto in tanto si formano senza che nessuno dal palco dica nulla. Basta uno sguardo di zio Filippo da lì per farti capire cosa devi fare. E tu lo fai.

Uno, due, tre, prova, prova. Ssssa, sssssssa… Sassasta

L’unico vero guaio di tutta questa goduria pagana è l’audio: forse sul palco si divertono, sentono tutto perfettamente, ma noi, dal parterre, stavamo godendo in un’orga di confusione mentale, dove certe volte addirittura ipotizzavi di stare ascoltando quell’accordo o quel riff storico. Spero per voi, o giovini virgulti assiepati sulle tribune laterali e centrale, che la situazione audio sia stata un po’ migliore.

Non è stato un completo disastro, il fonico ci ha messo la proverbiale pezza a un certo punto, ma la sensazione è stata paradossale: i Power Trip avevano una resa migliore.

Ciò non inficia il divertimento generale e la “presa bene” (termine tecnico reale, cercate sulla Treccani) sia dei ragazzi che omaggiano la storia dei Pantera sul palco, sia dei ragazzi e non ragazzi che omaggiavano con headbanging, cervicali andate e rotule volanti nel pit.

90esimo minuto. Fischio finale. Tutti a casa.

85 minuti più 5 minuti di saluti. Tutti a casa dopo il trittico finale e devastante di “Domination” (con innesto di “Hollow”), “Cowboys From Hell” e “Fuckin’ Hostile”. Qualcuno ha urlato “No! Troppo poco!”, seguito da una invocazione al cielo.

Noi personalmente diciamo che è un miracolo che Phil Anselmo sia in questa forma smagliante, che nonostante tutto riesca ancora a tener botta (pur considerando gli inevitabili cali per “Cowboys From Hell” e altre occasioni), che Rex sia ancora vivo e che ci siano degli amici, Zakk e Charlie, che siano fieri e felici di poter portare in giro per il mondo la storia di una band come i Pantera.

Operazione nostalgia. Di quelle, però, fatte con criterio. Scusate se è poco.

Scaletta Pantera:
  1. A New Level
  2. Mouth for War
  3. Strength Beyond Strength
  4. Becoming
  5. I’m Broken
  6. Suicide Note Pt. II
  7. 5 Minutes Alone
  8. This Love
  9. Floods
  10. Walk
  11. Domination / Hollow
  12. Cowboys From Hell
    Encore:
  13. Fucking Hostile
  14. Yesterday Don’t Mean Shit

a cura di
Andrea Mariano

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di Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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